CHICCHE D’ITALIA – Sannio Beneventano: viaggio in una terra felice

Sì, viaggiare, osservando i paesaggi più puri, senza stancarsi di guardare: sì, andare con un ritmo fluente tra vigne e uliveti, per campagne e pendii, mai affollati.

Ecco, questo è lo spirito, parafrasando Lucio Battisti, con cui ho percorso quel ramo di Sannio che va da Sant’Agata dei Goti a Benevento, passando per Guardia Sanframondi, Castelvenere e Cerreto Sannita, felice porzione di un territorio inscritto nel cuore dell’Appennino campano. Una terra fertile con alle spalle generazioni di viticultori, che hanno ingranato la marcia vinicola quando hanno cominciato a puntare sulle uve locali: aglianico in testa, piedirosso e barbera del Sannio per i rossi, falanghina, greco, fiano e coda di volpe per i bianchi. Vitigni interpretati a soggetto da grandi e piccole cantine, da aziende storiche e artigiani del vino, tutti accomunati dalla stessa voglia di racchiudere il proprio territorio in un bicchiere; non a caso l’intera provincia di Benevento rappresenta il 50% del comparto enologico campano, prima voce del reddito pro capite locale oltre che segno distintivo socio-culturale di gente dalla rara ospitalità. Uomini e donne che ti accolgono generosamente per mostrati un patrimonio di bellezze artistiche, architettoniche e naturali, regalandoti il proprio tempo oltre che le tante eccellenze enogastronomiche locali.

A Sant’Agata dei Goti nelle storiche Cantine Mustilli

Un dedalo di stradine e vicoli, spazi angusti di un borgo abbarbicato su una terrazza tufacea: di giorno, come di sera, Sant’Agata dei Goti si mostra per quel che è, una cittadina pittoresca dal fascino discreto con il suo bel Duomo, il Palazzo Vescovile e la Via Roma, l’arteria principale cittadina. E, mentre cammini, d’improvviso ti ritrovi in mezzo a insospettabili piazzette o di fronte a dimore d’epoca, come il settecentesco Palazzo Rainone, quello della famiglia Mustilli arrivata qui nel XVI secolo: la cultura del vino nel sangue, tradizione e sapere vinicolo da vendere; un patrimonio custodito nelle viscere tufacee della cantina scavata a 15 metri di profondità sotto quest’edificio d’epoca. Qui, negli anni ’70, Leonardo Mustilli, reimpiantò gli autoctoni campani, scommettendo, profeta in patria, sulla Falanghina vinificata in purezza e imbottigliata per la prima volta nel 1979; felice intuizione ante litteram, di cui si conserva ancora oggi un esemplare prezioso tenuto, come una reliquia, in una nicchia sotterranea.

A raccogliere il testimone le due figlie, Paola e Anna Chiara che, oltre a occuparsi dell’azienda, sono maestre di accoglienza nel loro magnifico palazzo, dove si  può alloggiare (in sei bellissime camere antiche) oltre che gustare i capisaldi della cucina locale. Piatti della tradizione di cui sono degne compagne le otto etichette della maison, tra cui primeggiano l’Artus Piedirosso Sannio Sant’Agata dei Goti Doc 2015, un vino di un rosso baldanzoso, splendente di una luce violacea propria, frutto di uve raccolte a mano, fermentate e maturate in vasi di ceramica. Affinato in bottiglia almeno sei mesi, è un nettare che rallegra – con i suoi esuberanti profumi di frutta rossa e vaghezze di erbe aromatiche – focacce farcite di mozzarella, paste dai ragù corposi ma anche delle ricche zuppe di pesce.

Non è da meno il Cesco di Nece Aglianico Sant’Agata dei Goti Doc 2014, maturato in botti di rovere francese per un anno e tenuto in bottiglia per sei mesi. Il suo rosso profondo fa il paio con belle nuances di viola mammola e spezie calde, pepe nero in primis; corposo e suadente in bocca, impreziosisce stufati e arrosti di carni importanti, formaggi e salumi ben stagionati. E poi, da ultima ma non per ultima, c’è la Vigna Segreta Falanghina del Sannio Sant’Agata dei Goti Doc 2015, affinata sur lies per quasi dieci mesi e lasciata in bottiglia per novanta giorni: pura poesia nel bicchiere col suo dorato splendente, una chicca odorosa di frutta gialla, dai sentori vanigliati e mielati interrotti da una certa mineralità; un vino che fa faville con primi a base di verdure (per esempio la minestra maritata, regina della tavola borghese partenopea, almeno fino al XIX secolo, quando venne soppiantata dai maccheroni), ma anche con un coniglio in porchetta o un Provolone del Monaco.

La carica della falanghina a Guardia Sanframondi

Abbiamo fatto 30, facciamo 31, recita un celebre detto perfettamente calzante alla degustazione di Falanghina tenutasi a La Guardiense, cooperativa agricola tra le più grandi d’Italia, fondata nel 1960 da 33 soci coraggiosi, oggi diventati mille. Agricoltori che coltivano direttamente più di 1.500 ettari di vigneti situati in collina, a circa 350 metri slm, producendo mediamente ogni anno 200.000 quintali di uve. Attenta alla sostenibilità ambientale nei processi produttivi come nell’uso di energia rinnovabile (proveniente da un innovativo impianto fotovoltaico proprio), la cooperativa ha all’attivo uno tra i più importanti poli di spumantizzazione del Mezzogiorno.
Tra la pletora di bottiglie di Falanghina del Sannio Doc assaggiate – esempi di diverse interpretazioni di un grande vitigno, ciascuno con le sue peculiarità – si sono distinte quella della Corte Normanna, della Masseria Venditti, la versione passita di Terre Stregate, affiancate dalle splendide edizioni di Fontanavecchia e di Vigne di Malies, tutte datate 2015. 

A coronamento, ovviamente, non poteva mancare la Falanghina del Cinquantenario, Spumante Metodo Classico, perla de La Guardiense, che ha suggellato la conclusione di un’inebriante maratona svoltasi sotto l’egida del Consorzio Sannio Tutela Vini, presieduto da Libero Rillo e diretto da Nicola Matarazzo. Numi tutelari di un organismo nato nel 1999, composto da 400 soci e riconosciuto dal Mipaaf nel 2005; oltre alle funzioni di tutela, promozione, valorizzazione e informazione del consumatore, l’organismo cura naturalmente anche gli interessi dell’Aglianico del Taburno Docg, delle Falanghina del Sannio Doc, del Sannio Doc e della Igt Benevento o Beneventano.

Peraltro, in questa terra felice non mancano altre soprese, come per esempio un’antica tradizione di ceramiche d’arte che ha la sua capitale a Cerreto Sannita, centro suggestivo dove molte botteghe storiche espongono i loro preziosi manufatti.

Benevento, il salotto buono del Sannio

L’arco di Traiano è l’ingresso alla città: intitolato all’omonimo imperatore, fu costruito tra il 114 e il 117 d. C. in occasione dell’apertura della via Traiana, variante della via Appia, che accorciava il cammino tra Benevento e Brindisi. Trionfale introduzione al capoluogo, salotto buono del Sannio – storicamente prima sannitico, poi romano, longobardo e pontificio – è un luogo colmo di meraviglie architettoniche e artistiche, prima fra tutte la Chiesa di Santa Sofia, oggi Patrimonio dell’Umanità Unesco. Tappa del gusto obbligata l’Osteria da Nunzia (via Annunziata 152), chiocciola Slow Food da tempo immemore, che è stata il degno epilogo di un viaggio del gusto indimenticabile. Nunzia Nazzaro, infatti, è una bella signora, una specie di istituzione cittadina, sorridente e accogliente: ti siedi e ti senti subito a casa, impressione confermata da una cucina verace, senza fronzoli, autentica e genuina. I piatti sono quelli della tradizione dalla minestra maritata agli scarparielli, niente altro che degli spaghetti alla chitarra con pomodoro fresco e tanto basilico, deliziosi nella loro semplicità. Tra i secondi fanno innamorare le braciole, involtini di manzo teneri e saporiti, commoventi per lo meno quanto il mitico babà, cult locale ovviamente home made: un trionfo di bontà accompagnate da una bella scelta di tutti i migliori vini del Sannio beneventano.

www.sanniodop.it

Clara Ippolito

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